Silvia Levenson

da Alias del 18 novembre 2006
Intervista a Silvia Levenson
Bambine cattive di Arianna Di Genova

Attenzione a mangiare la torta proposta dall'artista Silvia Levenson. Da lontano sembra un invitante dolce nuziale ma, al suo interno, la torta è farcita di lamette. Lei, argentina, classe 1957, in Italia dal 1981, ha deciso di popolare il mondo con una serie di oggetti che rimandano all'infanzia e al nostro vivere quotidiano che però non hanno nulla di rassicurante. Anzi, sono tutti potenzialmente pericolosi, quasi strumenti di tortura. Adesso sbarcano a Roma le sue scarpine con chiodo, il vestitino cucito con il filo spinato, le seggioline abbandonate da bambini trasformati in fantasmi. Non c'è mai nessuno ad aggirarsi fra le installazioni e le "stanze" di Levenson testimoniano mini-cronache di ordinaria crudeltà. Condite da un humor nero.
Alla Galleria Traghetto di Roma (viale Regina Margherita 158), le opere dell'artista rivisitano memoria e paura, invitando lo spettatore a un viaggio dentro un universo fiabesco che si notte volte all'horror. Dal 23 novembre prossimo la galleria, giunta alla sua seconda mostra nella capitale, ospiterà la scena domestica di Silvia Levenson dal titolo emblematico, Plaza de Mayo. E l'altro appuntamento è per il 30 quando presso l'Ambasciata argentina verrà presentato il video realizzato insieme alla figlia. Set una cucina bomboniera, tutta rosa, dove la tensione sale e in quattro minuti una normale giornata di una coppia si trasforma in un inferno privato. "Sono nata in Argentina - spiega l'artista - e da parte di mio padre erano tutti ebrei russi emigrati e scampati ai pogrom del 1904. La storia della mia famiglia è costellata di coinvolgimenti politici fin dall'infanzia. Durante la dittatura in Argentina, mia zia e mio cugino sono scomparsi. E Gregorio Levenson, lo zio, morto 92enne, è dovuto andare in esilio. Quando ho cominciato a fare un lavoro artistico, ero colpita da questo senso di un viaggio circolare nel tempo. I miei nonni erano andati in Argentina per stare meglio ma poi lì è arrivata la dittatura e io, che fin da giovanissima mi sono impegnata nella politica me la sono trovata davanti e sono dovuta andare via. Nel '78 ero già sposata e un gruppo paramilitare ha cercato di prelevare me e mio marito dalla casa dei suoceri. Naturalmente, non accadeva solo a noi, era la storia di tanti giovani in quel momento. Approfittando del fatto che i famigliari di mio marito avevano origine italiana ci siamo rivolti al consolato e due anni dopo, abbiamo lasciato il paese.
Che lavoro facevi all'epoca in Argentina? Non ho mai frequentato l'accademia, come formazione sono disegnatrice grafica. Ma la mia attività era soprattutto politica, ero in un partito trotzkista e lavoravo in fabbrica. Le installazioni artistiche le ho cominciate a esporre più tardi, negli anni 1994-95, in Italia. La prima serie di opere indagava il tema dell'esilio e dell'emigrazione. Ho atteso molti anni per raccontare quello che era successo a me e alla mia generazione. I primi lavori erano libri di viaggio che si ricollegavano ai diari che tanti migranti non sono mai riusciti a scrivere e a quei volumi che, durante la dittatura, nascondevamo in buchi segreti. Realizzai libri e valigie per affrontare un'idea di viaggio circolare che apparteneva alla mia storia ma era anche qualcosa di collettivo.
Come sei arrivata alle scene domestiche? In seguito, ho affrontato i conflitti all'interno della famiflia. Quando facevo attività politica, il nemico era chiaro: c'eravamo noi e dall'altra parte, c'erano loro. In famiglia, non è mai così. Ho investigato su quello che accade prima della violenza. Gli sguardi. le frasi... Ho
scolpito una serie di oggetti da cucina, utensili del quotidiano, coltelli, forbici, che in se stessi non hanno una valenza né negativa né positiva, che però possono trasformarsi, d'un tratto, in un'arma. Come materiale, ho scelto il vetro perché mi permetteva una distanza emotiva. Il vetro lo conosciamo tutti, lo usiamo per bere, per conservare gli alimenti, per isolarci nelle nostre case, ma sappiamo anche che può essere pericoloso, che può rompersi e farci del male. E' un materiale ambiguo, che ci protegge ma è molto fragile.
Come mai hai diretto il tuo sguardo sull'infanzia? Ho sempre lavorato sull'assenza del corpo, specialmente quando mi sono concentrata sull'infanzia. Ho cercato di ricostruire gli ambienti, abbassando lo sguardo ad altezza di bambino ma senza di lui. Gli unici corpi che appaiono nel mio lavoro sono quelli dell'album di fotografie con i miei genitori e mia sorella, Plaza de Mayo. I vestitini di filo spinato che realizzo, visti da lontano, sembrano addirittura ricamati, non sono minacciosi. Ma il filo spinato delimita uno spazio, in Argentina serve per segnare i confini dei campi. C'è dunque un rapporto di difesa e aggressione. L'abito l'ho realizzato con le dimensioni di una bambina di cinque anni e il corpetto è di gesso, cioè l'esatto contrario della mobilità e del dinamismo dei bambini, qualcosa di scomodo. Anche quando ho presentato le scarpine da bambina col chiodino dentro, il mio ricordo si collegava all'infanzia. Da piccola, mia madre comprava scarpe che dovevano durare un anno; poi però a scuola si consumavano e veniva fuori quel chiodino. Nella vita, c'è sempre qualcosa che disturba. Il chiodo nelle scarpe simboleggia ciò che è spiacevole e con cui bisogna convivere.
Perché proprio i bambini per dare un'idea del mondo? Credo che da lì nasca tutto. Sono sempre stata affascinata dagli adulti che parlano della loro infanzia come un'età d'oro. Io ho sempre mantenuto la consapevolezza di me fin da quando ero piccola, mi considero la stessa persona di allora. Indagare chi eravamo significa anche scoprire chi siamo oggi.

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