Silvia Levenson


Lo vedi che strano? Dobbiamo parlarne.
Silvia Levenson con Elisabetta Bucciarelli


Elisabetta Bucciarelli Il tuo cannibalismo dei sentimenti mi ha scosso in modo potente. Camminavo in una fiera d’Arte e appoggiata a terra c’era Sono una signora, Io. La tua borsa di vetro con il coltello intrappolato. La volevo, ma non era più disponibile. Allora ho deciso di farla mia mettendola in Happy Hour, il primo romanzo che ho scritto. E’ l'arma del delitto, al centro di una superficiale movida cittadina. In quel momento mi sono resa conto che avevamo qualcosa in comune. Una ferocia nascosta dietro alla fragilità. Lo pensi anche tu?

Silvia Levenson Leggere Happy Hour è stato molto forte per me. Dopo lo stupore per aver trovato la mia borsetta al centro del libro, ho sentito come dici tu che avevamo qualcosa in comune. Forse uno sguardo attento alle ambiguità dei rapporti umani. Infatti il lavoro sul cannibalismo allude più alle tensioni nascoste o celate che alla violenza dichiarata ed i coltelli nelle borse femminili possono evocare i crimini veri ma anche quelli solo pensati e progettati mille volte nelle teste delle signore pettinate per bene... anche in quelle spettinate come noi.

E:Da quel libro in poi tu sei sempre tra le mie pagine. Credo che sia anche per quel tuo mondo artistico così inoffensivo, ma solo in apparenza. Penso alle tue bombe a mano, quasi frutti proibiti. O agli abitini dei neonati che potrebbero spaccarsi da un momento all’altro. Raccontare in modo soave il dolore non è facile. Io ho scelto le parole come materiale privilegiato, tu hai scelto il vetro. Liscio e levigato, ma anche acuminato e tagliente. Anche il ferro, che punge. Diventeremo fachiri? O riusciremo in qualche modo a superare le nostre paure?

S:Onestamente non so se ci riusciremo, so che raccontare in modo soave aiuta a vedere e, in un certo senso, a prendere quella distanza necessaria per poter osservare noi stesse e cercare di superare le paure. Uso il vetro per confrontarmi con l'archeologia del quotidiano, è come usare la memoria degli oggetti per narrare o semplicemente alludere ai sentimenti. Adoro questa ambiguità: bello/ trasparente o traslucido ma anche pericoloso. E, come faceva notare Tina Olkdown, “la cucina e l'artigianato, sono spesso sarcasticamente descritti come il prodotto delle casalinghe felici ed in un mondo maschilista è considerato l'antitesi dell'arte vera.” Diciamo che uso un materiale molto artigianale per raccontare non ciò si mette sopra i mobili ma accuratamente sotto il tappeto di casa.

E' curioso perché normalmente le persone mi chiedono se ho una vita infelice e se ho sofferto molto da piccola, non so se accade anche a te. Come se questa pulsione, che ci porta a vedere una parte in ombra della realtà, ci rendesse responsabili della realtà stessa. 

E:Capisco. Accade anche a me e sono costretta a rispondere che non sono un’ottimista imbecille, ma una realista consapevole. Questo, però, non ti impedisce (e mi sento così anch’io) di cercare la bellezza. Tutto il tuo fare Arte è bellezza pura. Armonia di forme, colori e proporzioni. Poi inserisci l'elemento dissonante. Barbiturici che producono effetti miracolosi come la capacità di perdonare. Nella tua mostra Io ti perdono suggerivi qualche strategia. Nel mio libro Io ti perdono, propongo la tua alzatina rosa con le bombe. Quanto conta l'effetto paradossale nel tuo lavoro?

S:Molto. Credo che il paradosso sia un'altra delle mie strategie per confrontarmi con la realtà.

I miei lavori più recenti riguardano giustamente le strategie emotive a volte ingenue, a volte molto programmate e perverse che dovrebbero esserci utili ad affrontare la vita ed uscirne vittoriose.

S:Quando ho finito di leggere “Io ti perdono” ho riflettuto sulla mia capacità di perdonare. Subito ho pensato che ho il perdono facile. Ma poi ho sentito che invece sono bravissima nel dimenticare, che è diverso (ecco un’altra strategia). Cosa siamo capaci di perdonare? Non è una faccenda semplice. Arrivo da un paese dove la memoria è importantissima. Uno dei nostri slogan era “ni olvido ni perdon” per i torturatori e credo questo sia legato anche al bisogno di giustizia. Come nel tuo libro, la domanda è: possiamo perdonare “l'imperdonabile”? Anche quando giustizia è fatta? Non ho delle risposte ma credo che il perdono a volte ci faccia paura perché può essere come un salto nel vuoto. Infatti nel mio pezzo “Io ti perdono”, una seggiolina piccola appoggia sul tappeto di filo spinato, come se il salto nel vuoto o il volo fossero l' unica alternativa a rimanere lì fermi nel dolore.

E:E adesso? Nel prossimo libro parlo di giustizia. Terrena e non. Di verità e di menzogna. Non serve citare uno solo dei tuoi lavori, perché questo tema mi pare di vederlo in ogni cosa che fai. Mentre mi sono accorta che stai utilizzando il video, anch’io sto uscendo dai recinti di un certo tipo di scrittura. Penso che la forma delle cose sia anche sostanza, a volte rimane l’unica, quindi dobbiamo farci i conti. Tutto bianco, perfetto. Tutto nero, negativo. La superficie delle cose coincide spesso con la profondità. Ma anche no. La mia ossessione continua a essere lo scarto tra ciò che sembra e ciò che è. Quale sarà davvero la verità? Mente di più chi dice bugie o chi fa finta di crederci?

S:Tu usi le parole come io uso le immagini, per indagare e dire ad alta voce quello che normalmente è solo intuito o sussurrato... abbiamo la stessa ossessione: quello spazio indicibile a volte stretto a volte immenso che si situa fra ciò che si vede e ciò che si intuisce. E' proprio lì che andiamo a parare tutte e due. Non so se le risposte corrispondano sempre alle domande. A volte ho la sensazione che siano come dei koan dove alla fine diventa più importante il percorso mentale o la storia, che la risposta in sé.

Nei video che ho realizzato con mia figlia, Natalia Saurin giriamo attorno a quello: case felici che si trasformano in scena di delitto oppure cucine “new age” dove l'infelicità affiora malgrado l'apparente equilibrio. Realizzando questi video ho scoperto che amo lavorare con altre persone, forse perché devo spostare i miei limiti e “vedere” altri sguardi, uscendo un po' dalla solitudine del mio studio. E' da un po' che parliamo con Natalia di un progetto dove affrontiamo il rapporto fra madre e figlia, cosa succede quando ci confrontiamo con le nostre storie attraverso l'arte? Come sempre, più domande che risposte... Devo ancora dare una forma all’idea di collaborare con altri.. ma forse la forma nasce da incontri come il nostro, vero?

E:Anch’io passo molto tempo da sola, e sento l’esigenza di un confronto, ma lo trovo raramente. Per esempio mi viene un brivido a dirti qui, per la prima volta, che il libro che sto pensando di scrivere dopo Ti voglio credere, tratta il rapporto madre/figlia. Lo vedi che strano? Dobbiamo parlarne.

Come utilizziamo i cookies?

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza di navigazione possibile. Procedendo ad utilizzare il sito, anche rimanendo in questa pagina, acconsenti all'uso dei cookie. Se desideri disattivare i cookies, leggi la nostra politica in materia di cookie. Ti segnaliamo che alcune parti del sito potrebbero non funzionare correttamente se si disattivano tutti i cookie.

Approvo